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Perché il bisogno di contatto dei bambini non è un vizio?

Se lo prendi in braccio appena piange, rischi di viziarlo!

Chissà quante volte avrai sentito questa frase pronunciata da una amica, un parente o dalla conoscente incontrata per strada. Non importa se ne consegue un buffetto sulla guancia del tuo bimbo, o una carezza sul pancione, accompagnata da qualsiasi gesto e in qualsiasi modo venga detta, è una ferita al cuore. Dritta. Pungente.
Capita spesso, più di quanto immagini, che si finisca per esprimere un giudizio senza averne un’idea oggettiva e concreta, perché, di fatto, il bisogno di contatto dei nostri bambini non è assolutamente un vizio o capriccio. Viviamo di stereotipi, e la società ne è piena, ma non per cattiveria o per un sentimento di odio nei confronti degli altri. Semplicemente è più facile.

Credimi se ti dico, senza mezze parole: l’aria si vizia e non i bambini (cit.).

I bisogni primari dei bambini: bisogno di contatto

Le immagini che ci vengono rimandate dai giornali, dagli spot televisivi, e dalle stesse case produttrici di prodotti per bambini, promuovono un mondo che tende ad allontanare più che avvicinare.
Noi siamo e saremo sempre per i nostri piccini, il porto sicuro, le loro radici. Da neonati, da piccoli e anche quando prenderanno il volo per intraprendere la loro vita di adolescenti. Avranno bisogno sempre del nostro supporto, di rassicurazione e perfino del nostro contatto (si, anche da adulti). Ed è importante comprendere innanzitutto che non esistono vizi, in quanto il bisogno di contatto è una necessità fisica, fisiologica, ed emotiva, sin dalla nascita e fino all’età adulta (a livelli e in modi differenti, ovviamente).

Esistono cattive abitudini, ma non in assoluto, in quanto ci sono abitudini che vanno bene per alcune famiglie, ed altre che si addicono di più ad altri contesti, e credimi che come consulente del sonno, so benissimo che ogni nucleo familiare è differente. Semmai esistono capricci o bizze, perché non gli si concede un giocattolo in un certo momento della loro crescita, ma non sarà mai paragonabile a un vizio, i vizi sono altri, ben lontani da tutto quello di cui stiamo parlando.

Il tatto

In pochi sanno che il tatto è il primo senso che si sviluppa, a partire dalla vita intrauterina. Un primo cenno attorno alla 6°-9°settimana, per poi diventare attorno alla 11° settimana, un vero proprio gioco di esplorazione del corpo e dell’ambiente che lo circonda. Il tatto assume così per il feto, un ruolo molto importante per conoscere il mondo, ed attraverso di esso gli viene fornita la possibilità di percepire, comunicare e di ascoltare.
E non sarà assolutamente raro che lo possa dimostrare durante una ecografia, quando con il suo pollice in bocca, sarà intento a succhiare mentre gli scatteranno una fotografia.

Nove mesi di progressi per imparare, condividere e comunicare con il tatto e poi? Tutto inutile?
Assolutamente no! Una volta venuto al mondo, al nostro piccolino servirà un periodo di tempo per completare il suo sviluppo fuori dal grembo materno, e mettere in pratica ciò che ha avuto modo di percepire in un ambiente sicuro, protetto. Perché tutto questo possa avvenire, avrà bisogno di utilizzare i sensi che ha sviluppato, e in particolare, utilizzerà proprio il tatto, con cui avrà modo di prendere coscienza della propria identità, di se stesso e dei confini corporei.

Ecco spiegata l’importanza del contatto, un vero e proprio bisogno!

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Pelle a pelle

Non è un caso che anche le strutture ospedaliere più “obsolete” su certe tematiche, stiano iniziando a cambiare, promuovendo la necessità contatto del pelle a pelle (skin to skin) nelle 2 ore successive alla nascita. Quando il bambino, dopo 9 mesi di vita intrauterina arriva nel mondo, subisce una sorta di “trauma”, che potrebbe acuirne il bisogno fisiologico, ma anche emotivo di contatto.

Immagina di vivere per mesi e mesi in uno spazio ovattato, caldo, in cui ti senti al sicuro, per essere poi improvvisamente catapultata in un mondo totalmente opposto: rumoroso, freddo, enorme. Il contatto è l’unica cosa che fa sentire il neonato al sicuro, amato e protetto.

È stato ormai ampiamente dimostrato che il pelle a pelle favorisce anche:

  • trasmissione di calore e mantenimento temperatura costante;
  • benefici sul cuoricino e regolazione battiti;
  • rilascio di ossitocina materno (l’utero si contrae);
  • la montata lattea;
  • corretto avvio dell’allattamento;
  • calma e meno pianto.

SOS: come rispondere?

Dormire con la mamma o essere portato dal papà nel marsupio, rispondere al suo pianto con una carezza o prenderlo in braccio, vuol dire semplicemente rispondere a una richiesta di aiuto. Un SOS inviato con la comunicazione più efficace che conoscono: ovvero il pianto o i gorgheggi, che tanto fanno sorridere quando li ascoltiamo, ma che sono chiari segnali di un bisogno.

E cosa possiamo fare noi adulti per rispondere alle loro esigenze? Semplicemente scambiarci i ruoli mettendoci nei loro panni, e capire cosa sentono, come vedono e cosa provano per poter entrare il più possibile in relazione con loro. Come sai io sono per l’accoglienza, l’ascolto dei bisogni, che avviene semplicemente con piccoli gesti, fatti di amore, contatto.

Non amo e non consiglio le forzature, le imposizioni, che rischiano solo di fare più danni che benefici, e questo vale per le mie consulenza sulla nanna, ma anche e soprattutto per il mio lavoro di mamma. naturalmente ogni famiglia, ed ogni genitore, troverà il suo modo di rispondere a questo SOS dei bambini, non ci sono regole ferree, ma tanto ascolto e pazienza.

Genitori ad alto contatto: che vuol dire?

Non mi sono inventata nulla di tanto strano e futuristico. Il modello genitoriale definito come alto contatto, affonda le radici nella notte dei tempi perché si basa sull‘istinto naturale di accudimento presente in natura. Basato appunto sul contatto fisico corporeo, e sull’ascolto attivo dei bisogni dei propri figli, ha in sé la prerogativa di rendere il bambino autonomo e sicuro di sé, producendo una auto valorizzazione dell’individuo.

Infatti, al contrario di quanto qualcuno si ostini a pensare, raccogliere l’SOS dei bambini ed abbracciare un modello di genitorialità ad alto contatto, dolce e accogliente, non inficia il livello di sicurezza del bambino (eh ma sta sempre con te, così lo vizi…). Anzi, il fatto che i piccoli trovino sempre conforto e risposta ai propri bisogni, ne farà dei bambini più sicuri e felici.

La fisiologia dei bambini e il contatto

Nei primi 2 mesi ma anche molto oltre, il contatto con la mamma (ma anche con il papà) è un bisogno primario del bimbo. Che vuol dire? Semplicemente che si tratta di un bisogno come quello di mangiare o o di sporcare il pannolino, un bisogno che ha a che vedere con la sua natura di essere umano.

Inizialmente, il legame di attaccamento verso i genitori, ancora più verso la mamma, prende forma e si
consolida grazie al contatto prolungato. La capacità di un genitore di rispondere prontamente alle richieste di accudimento del bimbo, farà probabilmente, la differenza.

Ecco perché pratiche come il babywearing, lo swaddle per i neonati, il co-sleeping, ecc. sono assolutamente consigliate. Senza contare l’allattamento a richiesta, che è proprio la risposta ad un bisogno primario molto importante, che va oltre la sola necessità di nutrirsi (avremo modo di parlarne ed approfondire).

Attaccamento o mini me?

Secondo gli studi condotti da John Bowlby, e che possiamo ritrovare nella Teoria dell’Attaccamento, più un bambino è in grado di soddisfare i suoi bisogni, maggiore sarà la probabilità di acquisire fiducia in se stesso e negli altri, raggiungendo la propria autonomia con serenità.
Per tantissimi anni la pedagogia tradizionalista ci ha voluto far credere che un neonato o un bambino fossero simili a un contenitore vuoto a cui relazionarci. Una scatola vuota che potrà essere riempita di concetti, informazioni, regole e principi con lo scopo di farlo diventare in fretta e furia, un adulto. Un piccolo Mini Me, se vogliamo usare l’immagine di un noto film britannico, a cui insegnare a stare al mondo con i nostri pensieri, le nostre idee e la nostra storia vissuta.

Questo ha portato a sottovalutare la possibilità che un bambino possa essere in grado di attivare il suo sistema biologico di allerta, in caso si senta in pericolo, o nell’eventualità abbia da comunicare all’adulto un bisogno irrinunciabile. Scatta così la richiesta di essere preso in braccio o di avere un contatto fisico di protezione per poter ristabilire la normalità.

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Lascialo piangere? Anche no!

E quante volte avrai sentito la frase “lascialo fare così potrà farsi i polmoni”, che ci dimostra solo quanto in realtà si conosca poco del mondo dell’infanzia. Quando un bimbo utilizza il pianto ci sta dicendo che ha bisogno di noi. Piangere è il suo modo di comunicare un disagio, una esigenza che potrà essere soddisfatta dandogli semplicemente attenzione, cura e accudimento.

Abbracciare, tenere in braccio, dormire a contatto con i genitori regala numerosi benefici emotivi, ma anche fisici (perché si abbassano i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress). E se sei stanca ( e ti capisco benissimo, ci sono passata anche da mamma) per le lunghe notti, o per il ritorno al ritmo lavorativo, cerca di seguire meno modelli costruiti, e prova davvero a creare il tuo, anzi vostro, percorso per una genitorialità dolce ma consapevole ( se hai bisogno di una confronto con una professionista qualificata non esitare a contattarmi senza impegno!).
Il segreto è osservare il tuo bambino e imparare ad ascoltarlo davvero, senza pregiudizi e preconcetti.

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